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Paolo Balduzzi: «Giovani a rischio sotto il peso delle riforme» La richiesta di innalzamento dell’età pensionabile delle donne dipendenti del settore pubblico italiano da parte dell’Unione europea ha surriscaldato la già incandescente situazione di crisi nel nostro Paese. Secondo Bruxelles la spesa pensionistica italiana resta tra le più alte in Ue. La parificazione a 65 anni dell’anzianità di pensione tra uomini e donne getterebbe le basi per una ridistribuzione della spesa sociale a favore del sostenimento del sistema disoccupazionale e addirittura per tentare di stabilizzare il rapporto debito-Pil. La bozza di raccomandazione adottata dall’Ecofin potrebbe portare a un graduale aumento dell’età pensionabile delle donne a partire dal 2010, per arrivare a quota 65 anni nel 2018. Le voci che davano per approvata la bozza proposta dal governo ed inviata alla Commissione europea sono state smentite dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi; secondo il politico, infatti, «la riforma delle pensioni, solo per il fatto di produrre cambiamenti, aggiungerebbe insicurezza a questa stagione di profonda crisi economica e sociale». La frenata del ministro è condivisa anche dalle sigle sindacali. La Cgil, attraverso la segretaria confederale Morena Piccinini, parla di accanimento contro le donne e della necessità di parlare di parificazione «prima relativamente a occupazioni e retribuzioni». Dello stesso avviso è la segretaria generale Renata Polverini di Ugl che ribadisce «l’indispensabile volontarietà delle donne nel loro diritto di libera scelta perché costrette a fare i conti con minori opportunità di accesso e permanenza nel mercato del lavoro, a causa di un welfare deficitario che non aiuta la famiglia e fa gravare sulle donne l’onore di conciliare lavoro e famiglia». Per la Cisl, spiega il segretario Raffaele Bonanni, «è impensabile che il governo decida unilateralmente, senza aprire un confronto col sindacato, come si è sempre fatto per gli interventi sulla previdenza». Dalla trincea opposta arriva netta la voce di Confindustria attraverso la Presidente Emma Marcegaglia: «Una riforma delle pensioni è necessaria per poter destinare risorse agli ammortizzatori sociali, non solo per chi perde lavoro ma anche per le donne e le famiglie». Non tacciono quindi le rappresentanti politiche, portavoce di pensieri e diritti troppo spesso sottovalutati. La stessa Emma Bonino, segretaria del Partito Radicale, provocata dalla proposta riformista chiede che «con i risparmi si possano equiparare i percorsi di carriera tra uomini e donne, tendendo a un eguale trattamento». Suona paradossale parlare di riforme quando i prerequisiti di uguaglianza e armonizzazione mancano. La proposta di allineamento dell’età pensionabile mossa dalla Comunità europea all’Italia apre nuovi orizzonti rispetto a quel processo di parificazione sociale in termini di trattamento professionale tra uomini e donne, di cui si continua a parlare ma che in realtà non si è ancora verificato. Anche a questo proposito abbiamo sentito il parere del professor Paolo Balduzzi, ricercatore e docente in Scienze delle finanze ed Economia pubblica presso l’Università Cattolica di Milano. La spesa pensionistica in Italia è una tra le più alte in Ue. Perché fino ad oggi non si è armonizzato il sistema agli altri Paesi europei in modo che questa spesa si abbassasse secondo criteri di sostenibilità? «Il problema dell’elevata spesa pensionistica non si risolve semplicemente “armonizzando” i sistemi pensionistici. All’interno dell’Unione Europea convivono sistemi pensionistici tra i più diversi (a prevalenza pubblica piuttosto che privata, a capitalizzazione piuttosto che a ripartizione). Le condizioni di crisi di un sistema pensionistico dipendono tanto dalla sua organizzazione quanto dalle dinamiche economiche e demografiche di un Paese. Quindi, non mi pare opportuno raccomandare un unico sistema per tutti i Paesi europei. Resta però il fatto, da risolvere indipendentemente da ciò che fanno gli altri Stati membri, di garantire la sostenibilità del sistema italiano. Il sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini del 1995 dovrebbe garantire un certo equilibrio finanziario. Di fatto, però, tale sistema sarà totalmente a regime solo intorno al 2025». L’allineamento del requisito di vecchiaia delle dipendenti statali a quello dei colleghi uomini (65 anni entro il 2018 per adeguarsi alla sentenza della corte di giustizia europea) è contrastato dalle maggiori sigle sindacali che preferirebbero principi di flessibilità (in termini di accesso alle professioni e retribuzioni) più adeguati. Quanta ideologia c’è in questa prospettiva e quanta concreta fattibilità? «Non parlerei di ideologia in questo caso. Non riesco a seguire il sindacato quando difende status quo legati a sistemi produttivi e demografici che non esitono più: in questo frangente però le posizioni dei sindacati sono più vicine a quelle della Corte Europea di quanto possa sembrare. Entrambi, infatti, ribadiscono che la parità sul lavoro tra generi si deve realizzare attraverso strumenti che garantiscano parità durante la vita lavorativa, e non certo attraverso la previsione di età differenti per il pensionamento». Il Ministro Sacconi ha espresso la sua contrarietà a una riforma pensionistica nell'attuale situazione di crisi poiché sarebbe ulteriore portatrice di insicurezza (in quanto fattore di cambiamento). Anche nei governi precedenti, quando la situazione non era di crisi, non è stata fatta, vedi l'abolizione dello scalone. Verrà mai fatta questa riforma o continuerà ad essere un testimone passato di governo in governo? «Le grandi riforme pensionistiche che hanno interessato il nostro Paese (Amato nel 1992 e Dini nel 1995) sono state realizzate da governi cosiddetti “tecnici”, in cui i partecipanti non si sarebbero poi presentati come leader di partiti alle seguenti elezioni. Poiché in Italia si vota quasi tutti gli anni, difficilmente un governo vorrà toccare sostanzialmente la materia con delle riforme che, necessariamente, scontenteranno qualcuno. Il pericolo è evidente: come nel passato, rischiano di pagare il peso delle riforme solamente le nuove generazioni: chi ancora non lavora o chi ha appena cominciato a lavorare». Bruxelles ha sollecitato l’Italia ad innalzare l’età pensionabile delle donne dipendenti pubbliche anche per guadagnare fondi utili alla ridistribuzione di essi sulla spesa sociale, in particolare sugli ammortizzatori sociali utili alla cura della disoccupazione. Si potrebbe pensare di utilizzarli anche o invece per equiparare i percorsi di carriera tra uomini e donne? Si può tendere a un eguale trattamento? «Si deve tendere a un uguale trattamento. La sentenza della Corte, che fa seguito a un ricorso della Commissione Europa contro l’Italia, è tutta imperniata sulla disparità di trattamento tra uomini e donne sul lavoro (violazione dell’art. 141 Ce). Nelle intenzioni della Corte e dalla Commissione, in questo caso, non vi è alcun riferimento alla stabilizzazione della spesa pensionistica». Cinzia Petito |
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