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Intervista ad Antonella Terracciano, assistente sociale Di certo c’è che per i soli caseggiati Molise e Calvairate i malati mentali in carico al Centro psico sociale di viale Puglie sono 155 su un totale di 682 assistiti. Una popolazione consistente, per la quale il Comune di Milano interviene stanziando il fondo socio assistenziale gestito dalle Asl e aziende ospedaliere gestiscono. Ma per i “matti” del Molise-Calvairate i servizi non bastano. E i progetti assistenziali, come “Proviamoci ancora”, non riescono a dare un contributo decisivo ai tanti malati psichici (punte del 7% della popolazione in alcuni dei caseggiati) che vivono negli alloggi Aler. «I Cps sono stati istituiti in seguito all’entrata in vigore della legge 180 del 1978, quella che stabilisce la chiusura dei manicomi. È un’organizzazione a circuito territoriale; in Lombardia i presidi sanitari pubblici territoriali previsti dalla legge 180 sono chiamati, appunto, Centri psico sociali», spiega Antonella Terracciano, assistente sociale del Cps. «Prima dipendevano dalle Asl. Dal 1997 la psichiatria non è più di diretta competenza delle Asl ma delle aziende ospedaliere». Perché è stata fatta questa scelta? Per migliorare l’assistenza al malato? O è stata semplicemente una riorganizzazione? «È una riorganizzazione politica. In realtà l’assistenza al paziente non è migliorata. La territorialità non appartiene alla cultura ospedaliera, che si occupa di somministrazione di farmaci, letti, degenti: un ambulatorio psichiatrico territoriale è un corpo estraneo all’ospedale». C’è stato qualche beneficio o sono stati di più gli svantaggi? «Il maggiore svantaggio è stato l’isolamento dei servizi, che diventano satelliti dell’ospedale. È vero che il nostro lavoro è sul territorio, ma dipendiamo da un’azienda ospedaliera e non dall’ente locale, portatore di una cultura più territoriale. Parliamoci chiaro, oramai anche le Asl sono allo sfascio, anche lì da tempo non si lavorava bene. Ma l’aziendalizzazione e la sanitarizzazione hanno mutato quello che doveva essere un servizio legato al locale, al lavoro sul tessuto sociale. La dipendenza dall’ospedale, lontano, non è funzionale». Quindi l’assistenza fornita dall’Asl, per il singolo individuo, era migliore? «La questione non è tanto se il servizio fosse migliore con il sistema della Asl, perché anche se la psichiatria fosse ancora di sua competenza, i problemi non mancherebbero. Ci sono tagli nei fondi e quindi in molti servizi. Se noi, banalmente, dobbiamo trasportare un paziente da un domicilio a una comunità, abbiamo mille difficoltà per ottenere un’ambulanza pagata dall’ospedale Fatebenefratelli. È un salto a ostacoli, devi ricorrere alle associazioni di volontariato. Ma questo, secondo me, sarebbe successo anche con l’Asl: è il taglio che impoverisce l’offerta». L’ospedalizzazione del malato psichico ha portato al taglio dei costi, visto che questi sono stati trasferiti sulla gestione aziendale dell’ospedale, o no? «Non ne sono così convinta. Sarebbe interessante capire se questa doppia aziendalizzazione ha portato un risparmio. Nel concreto, comunque, manca tutta una serie di risorse. Oggi il malato di mente ha due alternative: vivere da solo in un alloggio popolare, oppure essere inserito in una comunità psichiatrica privata accreditata presso la Regione. I servizi per chi vive solo sono carenti, sebbene costituiscano l’essenza della 180. In compenso in Lombardia sono nate comunità private accreditate. Ma le case alloggio si contano sulle dita di una mano e spesso sono lontane. Dovrebbero essere capillari, invece. Manca la via di mezzo tra la comunità fuori dal territorio e la vita di tutti i giorni: il volontariato non è specializzato in psichiatria. Nei caseggiati dovrebbe essere garantito un numero di appartamenti con strutture assistenziali. Ci sono psicotici che non potranno mai vivere per conto loro, ma sembra che di questo non si tenga conto negli interventi. Invece, c’è uno spreco di risorse continuo». Quali sono le attività progettate che non riuscite a realizzare? «Innanzitutto, abbiamo difficoltà con i sussidi: ci sono sempre stati, ma nel tempo il Comune di Milano non ha incrementato i fondi per i bisogni sociali dei cittadini con problemi di salute mentale. Intanto sono aumentate povertà e richieste di assegno, perché nel tempo il malato ha perso i legami familiari. La maggior parte di coloro che ricevono il sussidio sono single. Non abbiamo potuto istituire una prassi per cui, per esempio, far trasportare senza problema il paziente dal domicilio alla comunità. Devi continuamente arrabattarti a trovare soluzioni alternative». In cosa si esplica concretamente l’assistenza domiciliare, dato che molti pazienti percepiscono l’altro come un intruso? «Si tratta di un problema comune. In alcuni casi, se si riesce a essere costanti nella somministrazione della terapia, coinvolgendo un familiare o un referente, anche i più refrattari, alla fine, aprono la porta. Magari con questi pazienti non riesci a realizzare un progetto particolare, ma almeno si arriva alla somministrazione domiciliare dei farmaci. In alcuni casi capita che gli operatori risistemino la casa, puliscano il frigorifero sporco. Non è la prassi, ma può succedere». È per queste attività che uno stanziamento di fondi potrebbe essere determinante. «La gestione economica del cittadino con problemi di salute mentale è delegata all’Asl, che gira alle aziende ospedaliere il fondo socio-assistenziale stanziato dal Comune. Ma il Cps non ha mai avuto finanziamenti comunali per cooperative che fanno assistenza a domicilio. Al di fuori del Comune di Milano, invece, l’amministrazione dei fondi non è così complessa». La questione dell’alta concentrazione di persone con problemi psichici al Molise-Calvairate-Ponti cosa comporta per i malati, oltre che per gli inquilini “normali”? «Esaspera. È qualcosa di impossibile avere un vicino con problemi psichici. In questi quartieri, poi, è cambiata la struttura sociale, c’è il degrado tipico del tessuto urbano di alcune periferie. Non vengono più rispettati neanche i criteri minimi del vivere civile, salta tutto». Quanti dei malati psichici riescono, vivendo da soli, a badare minimamente a loro stessi? A non imputridire nelle loro stesse case, come è accaduto a Giuliano B.? «Quanti di loro non saprei. Ci sono alcuni casi, tra i più gravi che conosciamo, dove ciclicamente bisogna procedere allo sgombero dell’alloggio. È tale la sporcizia, la situazione di degrado, che lo sgombero è inevitabile, e se la persona non è consenziente, purtroppo, anche al trattamento sanitario obbligatorio. Se però non si cambia in modo radicale il sistema di vita del soggetto, gli interventi si riproducono nel tempo». Ornella Sinigaglia |
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